Recensione tratta da: Ritual N°41 ottobre/Novembre09
Post Contemporary Corporation
Manzotin Mantra
Lp vinile blu LTD 400copie
MCL/MCR
(Re-mix Dadadista post-Industriale). Con un pò di ritardo, di cui ci scusiamo, vi segnaliamo una curiosa uscita in vinile dei PCC. trattasi di un mini-album di re-mix di Manzotin Mantra, un brano emblematico sin dal titoloe perfetto mentore della visione radical-dadaista del progetto. Si cimentano nella sacre arte del "remissaggio" facce più o meno note su queste pagine: dalle stratificazioni sospese dei Der FeuerKreiner e Luca Torasso, aka Sandblasting, alle divagazioni rumoriste dei MALATO e Tour de Force, passando per le pulsazioni di Obsil e Sandro Codazzi, fino alle tentazioni "techno-maranza" di un insospettabile Spiritual Front. Otto brani in totale per un classico mini-album di remix in 12", come si facevano una volta e che, fortunatamente, sembra stiano tornando in auge anche in ambiti non strettamente dance. Nessun tocco di genio del mixer, ma un onesto prodotto di artigianato delle manopole. E poi come sempre supportate il vinile! (Fabio Babini)
Recensione tratta da Fuori dal Mucchio (http://www.ilmucchio.it/)
POST CONTEMPORARY CORPORATION
Manzotin Mantra
Musica di un Certo Livello
L’importante è crederci o l’importante è riderci? Possono essere vere entrambe le cose, strano ma vero, quando c’è di mezzo la Post Contemporary Corporation. Soprattutto quando il ruolo principale se lo gioca il frontman Zekkini, con le sue declamazioni surreal-sarcastiche mezze in italiano mezze boh, fascismo filtrato da dadaismo filtrato dal buon senso dannunzian-qualunquista filtrato dall’incedere etilico da bar bolognese prima che scenda in campo il Bologna FC. “Manzotin Mantra” più che il lavoro nuovo dei PCC (collettivo in cui figura anche, lo ricordiamo, il Parisini di disciplinathiana memoria) è un playground per permettere ad amici e soci di gozzoviglia electro-industrial di farsi vedere. Otto brani: sette sono remix dello stessa traccia, “Manzotin Mantra” appunto, l’ottavo è un delirio dello Zekkini con sottofondo-fantoccio di folle plaudenti alla Piazza Venezia. Non è però un CD fuffa: i remix sono vari e sono di discreta qualità. Interessante il lavoro musicalmente complesso e spiazzante operati dagli Spiritual Front (un vero e proprio collage sonoro non-solo-industrial), valida l’eleganza dei Der Feuerkreiner, graziosa la leggerezza dei TourDeForce – questi i momenti migliori. Gli altri mancano un po’ d’impatto, nei rispettivi stilemi adottati (dall’electro alla techno estrema), ma sono comunque tutti sopra la sufficienza. Parere positivo, insomma, anche se l’avvertimento è inevitabile: solo per estimatori. Coloro che di base non lo sono, potrebbero mandare Zekkini a scopare il mare dopo mezzo minuto d’ascolto.
Contatti: www.myspace.com/pccorp
Damir Ivic
Intervista tratta da : http://www.eutk.net/
PCC... patriottismo psichedelico!
Ai confini con la realtà verrebbe da dire. Una lucida follia che filtra correnti artistiche e storiche all'interno di un genere musicale di impossibile definizione, almeno questa è l'apparenza che i PCC potrebbero mostrare al primo incontro con il timpano, eppure in loro c'è un qualcosa di molto più concreto e analitico. Un velo che riesce a essere squarciato solo con attenzione e dedizione da parte di chi si imbatte in loro. Oppure avviene solo il contrario e non siamo noi a decidere?
PCC non è una cosa normale, di questo ne sei cosciente? E’ bene iniziare da subito mettendo i puntini sulle i. Ad ogni modo questa volta la musa ispiratrice è una sorta di Mantra al gusto di Manzotin. Da dove parte questo sfogo oserei dire futurista?
Zekkini: Su ciò che oggi viene definito normale e su ciò che normale lo è veramente, ci sarebbe molto da dire, ma non mi sembra questa la sede per approfondire l’argomento; ti basti riflettere sul titolo del primo album, Gerarchia Ordine Disciplina. Per quanto riguarda la genesi di Manzotin Mantra, ti rimando al retro della copertina del vinile, dove essa è spiegata piuttosto accuratamente. A parte che io non sono uno che ha bisogno di “sfoghi”, non è mia intenzione approdare ad alcuna forma di neofuturismo. Si tratta piuttosto di dissipare, con visionaria lucidità, la coltre di vieto conformismo che ammanta la nostra contemporaneità, e l’eredità delle avanguardie storiche può a volte essere utile per questa finalità.
E’ da un po’ di tempo che la tua vena artistica si esprime con dei termini di accompagnamento come “eroismo, pagliaccismo + patriottismo”, ti va di spiegare il significato che si nasconde dietro queste formule ermetiche? Sempre se ne esiste uno.
Zekkini: Faccio fatica a capire come si possano trovare enigmatici questi termini; è piuttosto il loro accostamento che può sembrarlo. Il conformismo di cui sopra si alimenta di false antinomie – uno degli scopi che mi prefiggo è proprio quello di giungere a pensare simultaneamente ciò che finora è stato pensato contraddittoriamente. Quindi per me non c’è aporia tra eroismo e pagliaccismo, misticismo, erotismo, omosessualità ed eterosessualità, culto della disciplina ed epicureismo ecc.
“Le sacre tavole del paroliberismo sonico” è un concetto interessante… anzi sembra proprio che dietro si nasconda l’essenza stessa dei PCC, ma tutto questo “paroliberismo” non credi che possa contrastare con l’assodato Gerarchia Ordine Disciplina?
Zekkini: No. Non credo. Come ho già sommariamente spiegato più sopra, anche in questo caso non c’è contraddizione tra ricerca della sensazione pura e i sacri principi di Gerarchia Ordine Disciplina, i quali sono completamente ignorati dalla nostra modesta contemporaneità.
Manzotin Mantra è una monotonia (non in senso negativo) che viene evoluta e riletta in continuazione da alcuni illustri esponenti dell’underground nostrano, quali sono stati i criteri di scelta e selezione che te li ha fatti scegliere?
Othi: L’idea di far remixare il brano Manzotin Mantra parte con l’invio del brano originale per una compilation online. Il brano arrivò dopo la scadenza e non venne incluso nella stessa, ma i promotori della compilation (neo-folk.it), rilanciarono facendo remixare il brano ad alcuni gruppi. Non fummo particolarmente soddisfatti dei risultati e la cosa pian piano sembrò cadere nel vuoto. Così, mi misi in contatto con alcuni gruppi con cui avevo già avuto il piacere di collaborare. Li selezionai in base al loro stile musicale, che doveva essere il più vario possibile, per evitare che la sequenza di remix fosse troppo indigesta per l’ascoltatore. Così avvenne per le versioni più pop e con influenze italo disco di TourdeForce e Sandro Codazzi, quello più ritmate e industriali di Malato e Sandblasting o quelle più Ambient di Obsil e Der Feuerkreiner. Spiritual Front invece ne sono usciti con un remix assolutamente insolito per i loro canoni. E’ stato piacevole vedere i diversi tipi di approccio a questo brano che inizialmente era esclusivamente vocale.
L’elettronica ( quella “d’autore”) è la base sonora da cui prendono vita le tue canzoni, ma come nasce un brano dei PCC, generalmente da cosa prendi spunto?
Zekkini: Principalmente dai testi; l’elettronica, le chitarre e quant’altro cercano di creare un’atmosfera consona alla barbarie verbale di Zekkini. Alcuni dei testi sono poesie musicate, altri sono testi concepiti espressamente per la declamazione in pubblico.
Tornando un momento nel passato sarei curioso di sapere come è stato accolto il precedente disco Gerarchia Ordine Disciplina, effettivamente vive di una fortissima personalità, non credo sia passato inosservato, o sbaglio?
Othi: Dal punto di vista della critica musicale, il responso è stato ottimo. Anche le vendite del disco sono state buone (abbiamo esaurito la prima stampa e ci apprestiamo a ristamparlo). In alcune città in cui abbiamo suonato, abbiamo notato una buona affluenza e un pubblico che si divide tra quelli entusiasti e quelli che sorseggiano cocktail, chiacchierando, aspettando il dj set di turno. Alcuni più infastiditi, rumoreggiano con brontolii bovini. Perciò si crea abbastanza spesso un clima vagamente teso, che trovo interessante.
Non ho avuto ancora l’occasione di poter assistere dal vivo ad un tuo concerto, però mi incuriosisce la tua possibile chiave di lettura sulle assi di un palco. E’ un atto di propaganda oppure un devastante fiume in piena di musica e intrattenimento?
Zekkini: Intrattenimento direi di no, perché sono da sempre contrario all’esistenza stessa della società dello spettacolo. Io ho sempre alternato varie forme di espressione artistica dal vivo, quali reading, performance, teatro e concerto. Ultimamente però cerco di concentrare il tutto in una sorta di concerto teatralizzato, che di solito prevede una serie di conferenze-lampo a metà dell’esibizione; spesso accompagno i nostri brani con momenti di ballet mécanique, poesia ginnica e sessioni di immobilismo dinamico.
La tua militanza ideologica/culturale, se proprio la vogliamo chiamare militanza, è abbastanza chiara ad un occhio attento, però vorrei sapere come si rapporta ad una situazione quotidiana che è già di per sé abbastanza ricoperta di merda, è una reazione a quello che ti/ci circonda? Oppure una netta e individualistica – autonoma – presa di posizione, indipendente dal contesto esterno?
Zekkini: Essere indipendenti dal contesto esterno, è quasi impossibile, soprattutto per un artista. Io non mi considero un individualista, bensì una singolarità divergente. Non faccio più politica attiva da dieci anni, comunque non mi sono mai considerato un militante, piuttosto una singolarità divergente che voleva estendere il proprio dominio prima all’interno di un partito (che di solito è un’entità farisaica che impedisce lo sviluppo delle personalità) e in seguito al di fuori dell’angusto mondo autoreferenziale della politica odierna. Il movimento postcontemporaneo vuole essere un punto di riferimento non per i cosiddetti “diversi” – già ampiamente sindacalizzati – ma piuttosto per tutti coloro che si sentono unici, eccentrici, esteti, dandy decaduti, militaristi snob.
Che ne pensi della rassegna culturale in tributo al futurismo che si è svolta qualche tempo fa qui a Roma? La solita spirale commerciale all’Italiana, oppure un qualcosa da reale interesse culturale?
Zekkini: Celebrazioni del centenario del manifesto del futurismo ce ne sono state in tante città italiane; ad alcune di queste abbiamo partecipato e sull’argomento sono intervenuto con vari articoli e in passato anche con un libro. In linea di massima, mi pare si sia trattato di una celebrazione acritica, la quale non ha voluto fare distinzioni tra i portati positivi e quelli negativi dell’utopia futurista.
Tornando a parlare dei PCC vorrei sapere come siete arrivati a firmare per Musica Di Un Certo Livello? Ci sarà la possibilità di vedere ristampati i primi dischi dei PCC?
Othi: PCC si imbattono in Musica di un Certo Livello nel 2002 a Bologna e dà subito alle stampe The Ultimatum Collection. Non credo che i primi ep verranno ristampati nella loro forma originaria, anche perché i brani contenuti sono parzialmente contenuti e riarrangiati in GOD e i rimanenti verranno inclusi nel prossimo disco, Patriottismo psichedelico.
Ma perché Post Contemporary Corporation? Meglio una democrazia sfasciata o un regime che funziona? Così, “domandoliberalismo”.
Zekkini: il nome del gruppo deriva dall’ambizione di voler dare una dimensione aziendale, ma anche corporativa ad un progetto artistico. Credo che la democrazia di massa sia una contraddizione in termini; la democrazia autentica ha funzionato solo ai tempi della polis ateniese, dove la partecipazione attiva alla vita pubblica includeva non solo la politica, ma anche il teatro. Tale partecipazione era possibile solo in quanto il numero dei cittadini era assai limitato e soprattutto essi erano accuditi dagli schiavi per le loro incombenze quotidiane. E’ sempre comunque opportuno impegnarsi per una partecipazione il più possibile allargata della gestione del potere e, cosa oggi assai ardua, fare riferimento a un’autorità che abbia un fondamento sacrale.
Bene, siamo alla fine, ci sarà l’occasione di una Roma Peggiore? O meglio, tanto per intenderci, di un vostro concerto da queste parti?
Othi: Abbiamo suonato un paio di anni fa a Roma, tra l’altro uno dei concerti più divertenti. Speriamo di poter suonare per quest’autunno, ma al momento non sono in programma date.
Chiudi come vuoi!
Se il destino è contro di noi, peggio per lui!
Recensione tratta da http://www.eutk.net/
Post Contemporary Corporation PCC - Manzotin Mantra
Era calato il gelo dopo Gerarchia Ordine Disciplina, più che un album, un vero e proprio pilastro di granito che ti piombava addosso con tutta la sua delizia cinica, il suo gusto per la confusione controllata, per quel futurismo da ritorno che animava l'Elettronica d'autore - se così la vogliamo chiamare - che contraddistingue il profeta Zekkini, e ovviamente la sua creatura PCC - Post Contemporary Corporation. Quasi un'apparente presa per i fondelli, fino a quando si mostra in tutta la sua perfida lucidità. Stavolta è il turno di Manzotin Mantra, e non sarà una passeggiata, al di là dei gusti musicali e delle strade intraprese in senso artistico/concettuali, ossia una monotona e ossessiva ripetizione dello stesso concetto, però sotto la supervisione di svariati artisti che si aggirano nei più loschi e infami meandri underground. Fra cui un certo Malato, progetto in cui si nasconde l'affilata mente di Claudedi, al tempo che fu nei seminali Ain Soph. E' forse meglio non indagare sui motivi che hanno spinto Zekkini in questa nuova colata di amianto e disperazione, però è indubbio come grazie a Spiritual Front, Malato e TourdeForce il disco prende una piega molto affascinante, dove la non-musica e il non-concetto si vanno invece a rivestire di quel razionalismo e quella ricerca tanto cara a certi ambienti culturali. In questo caso l'Elettronica è soltanto un veicolo, che assomiglia ad un carro funebre oserei dire, però al tempo stesso sprigiona un certo vitalismo che non annoia, e quando in un disco tutto ruota al Manzotin Mantra il rischio potrebbe essere alto. Ogni citazione o riferimento è puramente casuale. Da Gerarchia Ordine Disciplina ne è passato di tempo, ma questo non scalfisce minimamente i risultati raggiunti con questo nuovo affronto, che sicuramente si pone su... un certo livello.
Recensione tratta da: http://www.novamuzique.net
POST CONTEMPORARY CORP. Manzotin Mantra (2008, Musica Di Un Certo Livello) “Se il destino è contro di noi, peggio per lui!” (PCC) Manzotin Mantra è un monolite di elettronica pura. L’oggetto è, appunto, il Manzotin Mantra e “Le sacre tavole del paroliberismo sonico” (dettate al poeta Zekkini dal Dio Ganesha in persona!) e musicate da vari esponenti di una realtà italiana “di un certo livello” (dall’elettronica dei bergamaschi TourdeForce agli storici gotico romani Spiritual Front). Il comune denominatore è “un’operazione metalinguistica di impronta visionaria” messa in opera da Valerio Zecchini (in arte Zekkini, appunto), artista, poeta e fondatore della Corporazione dei post-contemporanei, affiancato come dicevo da altri nomi significativi di certo underground italiano collaudato (Dario Parisini, ex-Disciplinatha e Massimo Volume per citarne uno)! Ma questo disco è soprattutto un tributo agli autori del singolare “Gerarchia Ordine Disciplina” del 2006 e al meta-testo del moderno poeta. L’impronta militaresca delle declamazioni proto-dittatoriali composte in stato di trance “dopo aver partecipato ad una cerimonia induista in un tempo balinese situato in una grotta popolata da pitoni”, esprimono un curioso ed inspiegabile ma sopratutto incomprensibile fascino... Manzotin Mantra, che è una delle quattro tavole scritte dal poeta, compare in quest’opera. Il successivo “Patriottismo Psichedelico” ne conterrà, poi, la versione originale. Anomalia bizzarra dunque, in cui il confine tra ironia e inquietudine è inesistente! Zekkini risuonato in varie elettro-rappresentazioni acquisisce la forma di culto! L’operazione iconografica realizzata dai vari artisti coinvolti spazia dalla trance ravearola, a operazioni più commerciali di stimolante dance gotica di altri tempi. La militanza culturale di un personaggio come Zekkini merita attenzione e rispetto. A tutela di un’arte politica diversa, che fa di se stessa l’unica possibile politica. La creatività è il virtuosismo cerebrale dell’individuo Zekkini è la sua arma. E non mi si venga a raccontare che è un fascista proto-futurista! Zekkini spicca perché fuori dalle righe. Il suo essere sovversivo suona più di anarchismo puro che sostegno del nazional-socialismo… La strepitosa ispirazione dadaista che forgia un’operazione come questa, poi, non ha pari!
Votate Zekkini se credete in un mondo peggiore!
“Privatizzare il linguaggio per parlare un’altra lingua, la propria, rendendone impossibile la strumentalizzazione o il fraintendimento” (Zekkini)
TrackList
Manzotin Mantra (TourdeForce Remix) Manzotin Mantra (Sandblsting Remix) Manzotin Mantra (Obsil Remix) Manzotin Mantra (Der Freuerkreiner Remix) Manzotin Mantra (Sandro Codazzi Remix) Manzotin Mantra (Malato Remix) Manzotin Mantra (Spiritual Front Remix) Boatos (estratto dall'adunata postcontemporanea tenuta il 15.7.2007) pccorp.altervista.org www.myspace.com/musicadiuncertolivello www.myspace.com/tourdeforce1 www.soundterrorist.net www.myspace.com/obsil www.myspace.com/derfeuerkreiner www.myspace.com/sandrocodazzi www.myspace.com/malato0 www.myspace.com/spiritualfront
Recensione tratta da Blow Up #132 - Maggio 2009
Ballo delle Castagne - Ballo delle Castagne
Cd – HR!SPQR
The Green Man – From Irem To Summerisle
Cd –HR!SPQR
Esordisce per la divisione capitolina della Hau Ruck! Di Albin Julius Ballo delle Casagne, come il Sabba che sarebbe stato inscenato dai Borgia, all’inizio del ‘500.
I componenti del gruppo non sono novizi però, in quanto vengono da Calle della Morte, Green Man e Recondita Stirpe, esperienze non sempre prossime a questo eponimo esordio che parte krauto con Anthem no.1, si bagna su sponde di dark psychedelia in Il Tormento di Demetra, s’ingrossa a tratti hard rock in Sole e Acciaio e lievita prog in il Pianto di Cristo su Gerusalemme. (6/7)
A proposito di green Man sul BU#111 si scrisse del loro secondo album, “The Teacher and the Man of Lie”, viene ristampato ora il debutto della formazione milanese, “From Irem to Summerisle”, rinforzato da due pezzi in più, tra cui Liber Al con testo da Crowley.
Piuttosto netta la divisione in una prima parte di più esoteriche fragranze (Baptism by Sea) ed efficaci riferimenti che pervengono da Medio Oriente e Mediterraneo (Death is Bifore Me, Amanita Muscaria) ed una seconda introdotta dagli intarsi medioevalidi Irem, orientata maggiormente sul folk noir, con ballate di buona fattura che dichiarano discendenze Death in June in Adam and Eve ed Europa, come d’altronde il grezzo post punk di Death of Reason. (7)
Paolo Bertoni.
Recensione tratta dalla Fanzine Herz und Geist #.8
Ain Soph – Oktober (Ristampa)
Cd + mCd rom
Old Europa Cafe
La OEC ristampa l’ultimo lavoro degli Ain Soph, quello che sancì nel 2003 la fine della gloriosa carriera della band romana.
Rispetto alla prima stampa di cui viene riproposto in toto il contenuto con una sola modifica del colore dell’artwork, l’etichetta di Pordenone aggiunge un cd di formato 3” contenete un video del brano “Tutti a casa”, eseguito in una versione più rock e stampato in origine nell’album Aurora del 1992, oltre all’inedita e affascinante “Gulac Mon Amour” , ballata folk rock che si collega alla perfezione sia al contesto sia ai suoni dell’album, andando a toccare un'altra tematica scomoda relativa al dogma rosso.
“Oktober” fu un lavoro discusso, controcorrente e scomodo, il classico disco che non passa inosservato nel bene e nel male, sia per la musica che per il tema trattato.
Il gruppo capitolino ha voluto salutare criticamente il crollo del comunismo, ovvero “le forze più virulenti dell’anti-tradizione”, così definite con chiaro riferimento alla dottrina di Evola, mettendone in evidenza tutti i lati più oscuri e fallimentari, tramite testi che non lasciano nulla alla fantasia e che mirano dritto al sodo.
La requisitoria anti-sovietica prende vita attraverso sonorità puramente rock (con alcuni riferimenti al sound di 30 anni fa), anticipando di qualche anno quella svolta stilistica che ha coinvolto vari autori del panorama industrial, su tutti l’amico Albin Julius/Der BluthArsch.
Ma gli Ain Soph sono riusciti a dar vita a pezzi diversi che, pur partendo da una base stilistica ben definita, spaziano dalla ballata folk rock di “Morte e Disonore” ai mood ambientali e gelidi di “Cavalieri del Tempo”, dai monumentali suoni anni ’70 di “Le Nevi Eterne”, ai sentori blues ripetuti in loop di “Falce, Svastica e Martello”, il tutto arricchito dalla voce di Spectrae che mantiene un fascino da chansonnier maledetto.
Ne risulta un album ricco di malinconia, di tensione e di rabbia.
Un album che al tempo divise il pubblico, e non poteva essere altrimenti, dato che gli Ain Soph hanno sempre osato andare oltre, senza mai specchiarsi in ciò che avevano fatto in precedenza: questo li ha resi una band immortale è “Oktober”, l’ultima perla di cui ci hanno deliziato.
Un disco da avere.
Michele Viali.
Recensione tratta dalla Fanzine Herz und Geist #8
Kannonau - “Initium”
CD – Misty Circles
Gli Italiani Kannonau giungono finalmente all’esordio su lunga durata, dopo l’uscita dell’eccellente mini omonimo del 2006, di cui potete trovare alcuni brani anche in questo lavoro.
I pezzi ci rimandono all’universo neo folk rivisto con personalità e desiderio di variazione: i brani sono strutturati su giri di chitarra acustica, percussioni marziali, voce imponente e minimi arrangiamenti elettronici, arricchiti da qualche caldo arpeggio che dà un tocco di mediterranea oscurità.
La formula risulta ammaliante sebbene abusata, e in alcuni casi, tipo al bella ballata conclusiva “Dragons of Death”, fornisce emozioni che ci ricollegano ai classici Nick Cave o Johnny Cash.
Più diversificate appaiono tracce come “La fine di un uomo” e “ La Tragedia di amore e di morte”, entrambe incentrate su tastiere trionfanti e relazionate in certa misura alla scena neoclassica underground italiana.
I testi, intimisti e classicheggianti, attraggono l’attenzione, ma non hanno ancora il nerbo dei più blasonati nomi italici (IANVA, Camerata Mediolanense su tutti).
In definitiva “Initium” è un lavoro ben riuscito, che trova nelle melodie la sua punta di diamante; unico limite un aderenza a volte troppo marcata al filone neofolk: un genere da cui i Kannonau riescono a distaccarsi (e a volte arricchire) solo in parte, rimanendovi per contro ancorati soprattutto in fase esecutiva.
I risultati sono apprezzabili, ma di sicuro il progetto di Daniele Giustra ha tutte le qualità per dare anche prove migliori di questa.
Da seguire con attenzione.
(Michele Viali)
Recensione tratta da: http://www.debaser.it/recensionidb/
Recensione di: mementomori , (Monday, November 19, 2007) | Voto: ●●●● |
"Aurora" rappresenta un passaggio cardine nel coraggioso percorso artistico degli Ain Soph.
Gli Ain Soph non sono da considerare una band in senso convenzionale. Totalmente al di fuori delle logiche del mercato discografico, la storia dell'ensemble capitolino ha origine negli anni ottanta con la diffusione nei circuiti underground di nastri amatoriali non destinati (almeno inizialmente) ad un pubblico: registrazioni casalinghe che, più che album veri e propri, sarebbe lecito definire esperimenti di magia.
Sulla scia degli inarrivabili Current 93, i romani seppero confezionare pregevoli esempi di musica rituale, ingarbugli sonori in cui, a detta dei diretti interessati, "nessuna soluzione sonora, nessuna singola nota è stata arbitraria, o scelta perché "bella": tutto è stato subordinato alla rigorosa realizzazione - o quanto meno illustrazione - di scopi magici."
Poi, nel 1992, la svolta.
Tre anni prima era caduto il Muro di Berlino, un evento destinato a suscitare nuove riflessioni e favorire l'introduzione di nuove categorie attraverso cui leggere la realtà. E così in un batter d'occhio ci trovammo un Occhetto lacrimante a sciogliere il PCI e a fondare il PDS, e, quasi in contemporanea, Ferretti e Zamboni ad archiviare l'esperienza CCCP ed inaugurare l'era CSI (che poi stavano ai CCCP come il PDS stava al PCI!).
Dico questo non perché sono un folle visionario, ma perché mi semplifica le cose fare un parallelo fra i CCCP e gli Ain Soph, e guardare alla svolta di "Aurora" come animata dalle medesime contingenze che hanno portato alla nascita dei CSI.
Anche se poi, in realtà, i presupposti e le conseguenze sono di segno opposto: "Aurora", che stilisticamente segna il passaggio ad una dimensione più propriamente musicale, da un punto di vista concettuale non è una semplice presa di coscienza in linea con un processo di edulcorazione ideologica dettata dai tempi, bensì una vera e propria scesa in campo (dio, quanto odio questa espressione!).
Si tratta così di passare "dal rumore alla musica, dalla magia all'etica", come spiegano gli stessi Ain Soph, e di "portarsi su trincee in ogni senso più avanzate: più vicine al vero ed insieme aperte all'errore".
Si ha così il passaggio dall'astrattismo e dall'ambiguità della musica rituale ad una salda presa di posizione, inevitabilmente imposta dalle contingenze, atto necessario in "un tempo in cui crollano i Muri aberranti di impotenza e paura: ma", aggiungono gli stessi autori, "sono muri di pietra e di filo spinato, che una folla può demolire. Altri muri rimangono in piedi, nei cuori e nelle coscienze, che solo la ferrea volontà può abbattere. Ciò deve avvenire nel Silenzio, dentro ciascuno di noi. Questa musica, che è comunque rumore e distrazione; queste parole, che per natura sono inadeguate, sono il nostro contributo a questo Silenzio. E se finora abbiamo parlato dalla mente alla mente, ora intendiamo parlare dal cuore ai cuori".
Questa scesa in campo si materializza così con un concept ispirato ai sentimenti di disillusione e rivalsa di un repubblichino che, alla fine della seconda guerra mondiale, assiste al crollo dei propri ideali.
Dieci anni dopo, uscirà "Ottobre", che illustrerà, invece, lo stato d'animo di un giovane russo innanzi all'implosione dell'Unione Sovietica e al crollo del Comunismo: "In entrambi i casi si parla di gente che combatte, vive e muore per un ideale che forse è già perso in partenza", precisano i Nostri, che ci tengono a prendere le distanze da ogni tipo di catalogazione che deformi il senso della loro musica. "Il fatto è che", spiegano, "nessuno riesce a digerire che gli Ain Soph sono un gruppo libero, atipico, senza schemi precostituiti e privo di preconcetti, che non è assoggettato alle leggi del mercato discografico ed agisce in maniera autarchica ed autonoma".
L'Ain Soph pensiero, come in passato, è da ricercare piuttosto nella filosofia evoliana (ohibò), ed in particolare nella dicotomia fra forze della Tradizione e forze dell'Anti-Tradizione: "Onore, onestà, autodisciplina, distacco: questi sono gli assi portanti della vita, ed ancora più della magia", spiegano. E ancora: "Noi non siamo emotivamente, irrazionalmente legati ad una dottrina politica - il che sarebbe già un errore: ma da un punto di vista magico, il nemico è estremamente chiaro:
Se la Magia è supremazia dello spirito, sono nemiche le dottrine infere della Materia.
Se la Magia è lotta e vittoria, sono nemiche le dottrine della codardia e della diserzione.
Se la Magia è assoluta coerenza con una Verità insieme interiore e divina, sono nemiche le dottrine del compromesso e del trasformismo.
Se la Magia è suprema ascesi dell'Io, finché esso giunga alle regioni dove l'Io si trasfigura, sono nemiche le dottrine dell'uomo massa e dell'egualitarismo.
Se la Magia è tradizione che scorre nelle vene della Storia, sono nemiche le dottrine della negazione dei valori."
E' chiaro che nel mirino vi siano le forze progressiste, le istituzioni democratiche, Comunismo e derivati. Ma al di là che si aderisca o meno ai presupposti su cui si basa il messaggio degli Ain Soph (io per esempio no, e, in quanto fervente sostenitore delle dottrine infere della Materia, della codardia e della diserzione, del compromesso, dell'uomo massa e dell'egalitarismo e della negazione dei valori, mi traggo ben volentieri al di fuori di questo manifesto d'intenti!), a prescindere da tutto questo, "Aurora" si rivela un'appassionata riflessione sulla caduta degli Ideali e della Tradizione, un'opera che s'incunea con tempestività in un momento storico in cui il presente si fa confuso, il futuro incerto, il passato soggetto a nuove interpretazioni.
Dirò inoltre che in più di un brano viene espresso il rispetto per la figura del partigiano: aspetto, questo, che va a confermare l'ipotesi che negli intenti degli Ain Soph vi sia stata in realtà la volontà di celebrare un valore universale ed astratto di lotta, integrità, coerenza con le proprie idee ed avversione ad ogni sorta di corruzione, opportunismo, compromesso.
La marcetta fascista che apre l'album (come l'inno sovietico che aprirà "Ottobre") è quindi da vedere come semplice escamotage contestualizzante. Ma è solo una manciata di secondi, perché subito irrompe il piano di "Tutti a casa!", vispo brano di apertura di cui riporto il testo per intero:
"Tutti a casa! Tutti a casa! Caporale, mi strappi le mostrine
Presto arriveranno le donnine, e gli yankee con il loro jazz
Che fessi quei fascisti e partigiani, che hanno ancora voglia di morire
Arrivano gli amici americani, per due o tre anni ho voglia di dormire.
C'è una nazione da ricostruire, a cominciare dalla borsa nera
Poi due bombe messe sopra ai treni, se servirà a fare carriera
Frequentiamo vescovi e casini, in montagna ci andremo per sciare
I partigiano e le camicie nere si divertano sparare
Noi dobbiamo creare ministeri e far la guerra dai giornali
Questi estremisti li elimineremo, secondo gli interessi nazionali
Tutti a casa! Tutti a casa! Svuotate le galere
Che serviranno fra non molto ai nemici del potere
Benvenuti nell'Italia Democristiana"
Il tutto condito dalla verve e dal brio di un cantautorato in stile Paolo Conte/Enzo Jannacci: un bel salto, se si pensa ai trascorsi esoterici della band!
Un cambiamento che poco ha a che fare con la sterzata folk dei padri Current 93, ma che tuttavia riscuoterà un discreto successo fra i fan della band abituati a ben altre sonorità.
Per gli altri è invece doveroso chiarire che il livello tecnico è prossimo allo zero, le composizioni puerili, le voci sgraziate, le stecche innumerevoli. Un sound semplice e scarno, quello degli Ain Soph di "Aurora", un sound di chitarre acustiche, pianoforte e poco altro: un organetto, una fisarmonica paesana, qualche screzio elettrico e sporadici inserti rumoristici chiamati ad evocare, molto timidamente, il passato industriale della band.
Ad un primo ascolto l'impressione sarà quella di trovarsi innanzi a dei veri cialtroni della musica. Eppure, l'ironia di certi testi, l'arguzia di certe trovate, la sociologia schietta di certi passaggi ci consegnano un mondo semplice, naif, ma genuino, sincero, appassionato.
Come non citare le sconclusionate "Pistolet Automatique" e "Uomini Perduti", o la strampalata "Gli Amanti Tristi", a mio parere il vero capolavoro dell'album (irresistibile il ritornello che recita: "Ah, questi amori come film già visti, non mi eccita neanche un bel finale. Ah, questi amori un poco neorealisti, la regia mi sembra dozzinale"): pezzi suonati con i piedi, cantati da ubriaconi persi nei vicoli, pezzi capaci di trasudare, tuttavia, una rozzezza da borgata, un disincanto da veri ultimi, una disperazione da vero sottoproletariato che molti altri "cantori del popolo" neanche si sognano.
Da citare, inoltre, gli struggenti brani cantati in francese ("Ramayana", "Liberté ou Mort", "Vent") che spruzzano di freschi umori d'Oltralpe i toni fumosi e cabarettistici dell'album.
Non mancano anche episodi che ospitano la lingua inglese ("White Guard") e quella spagnola ("Le Départ", da un testo di Borges): episodi che concorrono a dare colore ad un'opera che nonostante le mille imperfezioni e sbavature costituisce tutt'oggi un classico dell'underground tricolore, l'opera più coraggiosa di una band paradossalmente poco nota qui in Italia, ma che ci è invidiata da più parti al di là dei confini nazionali.
Recensione tratta da: http://www.debaser.it/recensionidb/
Recensione di: mementomori , (Monday, November 19, 2007) | Voto: ●●●● |
"Aurora" rappresenta un passaggio cardine nel coraggioso percorso artistico degli Ain Soph.
Gli Ain Soph non sono da considerare una band in senso convenzionale. Totalmente al di fuori delle logiche del mercato discografico, la storia dell'ensemble capitolino ha origine negli anni ottanta con la diffusione nei circuiti underground di nastri amatoriali non destinati (almeno inizialmente) ad un pubblico: registrazioni casalinghe che, più che album veri e propri, sarebbe lecito definire esperimenti di magia.
Sulla scia degli inarrivabili Current 93, i romani seppero confezionare pregevoli esempi di musica rituale, ingarbugli sonori in cui, a detta dei diretti interessati, "nessuna soluzione sonora, nessuna singola nota è stata arbitraria, o scelta perché "bella": tutto è stato subordinato alla rigorosa realizzazione - o quanto meno illustrazione - di scopi magici."
Poi, nel 1992, la svolta.
Tre anni prima era caduto il Muro di Berlino, un evento destinato a suscitare nuove riflessioni e favorire l'introduzione di nuove categorie attraverso cui leggere la realtà. E così in un batter d'occhio ci trovammo un Occhetto lacrimante a sciogliere il PCI e a fondare il PDS, e, quasi in contemporanea, Ferretti e Zamboni ad archiviare l'esperienza CCCP ed inaugurare l'era CSI (che poi stavano ai CCCP come il PDS stava al PCI!).
Dico questo non perché sono un folle visionario, ma perché mi semplifica le cose fare un parallelo fra i CCCP e gli Ain Soph, e guardare alla svolta di "Aurora" come animata dalle medesime contingenze che hanno portato alla nascita dei CSI.
Anche se poi, in realtà, i presupposti e le conseguenze sono di segno opposto: "Aurora", che stilisticamente segna il passaggio ad una dimensione più propriamente musicale, da un punto di vista concettuale non è una semplice presa di coscienza in linea con un processo di edulcorazione ideologica dettata dai tempi, bensì una vera e propria scesa in campo (dio, quanto odio questa espressione!).
Si tratta così di passare "dal rumore alla musica, dalla magia all'etica", come spiegano gli stessi Ain Soph, e di "portarsi su trincee in ogni senso più avanzate: più vicine al vero ed insieme aperte all'errore".
Si ha così il passaggio dall'astrattismo e dall'ambiguità della musica rituale ad una salda presa di posizione, inevitabilmente imposta dalle contingenze, atto necessario in "un tempo in cui crollano i Muri aberranti di impotenza e paura: ma", aggiungono gli stessi autori, "sono muri di pietra e di filo spinato, che una folla può demolire. Altri muri rimangono in piedi, nei cuori e nelle coscienze, che solo la ferrea volontà può abbattere. Ciò deve avvenire nel Silenzio, dentro ciascuno di noi. Questa musica, che è comunque rumore e distrazione; queste parole, che per natura sono inadeguate, sono il nostro contributo a questo Silenzio. E se finora abbiamo parlato dalla mente alla mente, ora intendiamo parlare dal cuore ai cuori".
Questa scesa in campo si materializza così con un concept ispirato ai sentimenti di disillusione e rivalsa di un repubblichino che, alla fine della seconda guerra mondiale, assiste al crollo dei propri ideali.
Dieci anni dopo, uscirà "Ottobre", che illustrerà, invece, lo stato d'animo di un giovane russo innanzi all'implosione dell'Unione Sovietica e al crollo del Comunismo: "In entrambi i casi si parla di gente che combatte, vive e muore per un ideale che forse è già perso in partenza", precisano i Nostri, che ci tengono a prendere le distanze da ogni tipo di catalogazione che deformi il senso della loro musica. "Il fatto è che", spiegano, "nessuno riesce a digerire che gli Ain Soph sono un gruppo libero, atipico, senza schemi precostituiti e privo di preconcetti, che non è assoggettato alle leggi del mercato discografico ed agisce in maniera autarchica ed autonoma".
L'Ain Soph pensiero, come in passato, è da ricercare piuttosto nella filosofia evoliana (ohibò), ed in particolare nella dicotomia fra forze della Tradizione e forze dell'Anti-Tradizione: "Onore, onestà, autodisciplina, distacco: questi sono gli assi portanti della vita, ed ancora più della magia", spiegano. E ancora: "Noi non siamo emotivamente, irrazionalmente legati ad una dottrina politica - il che sarebbe già un errore: ma da un punto di vista magico, il nemico è estremamente chiaro:
Se la Magia è supremazia dello spirito, sono nemiche le dottrine infere della Materia.
Se la Magia è lotta e vittoria, sono nemiche le dottrine della codardia e della diserzione.
Se la Magia è assoluta coerenza con una Verità insieme interiore e divina, sono nemiche le dottrine del compromesso e del trasformismo.
Se la Magia è suprema ascesi dell'Io, finché esso giunga alle regioni dove l'Io si trasfigura, sono nemiche le dottrine dell'uomo massa e dell'egualitarismo.
Se la Magia è tradizione che scorre nelle vene della Storia, sono nemiche le dottrine della negazione dei valori."
E' chiaro che nel mirino vi siano le forze progressiste, le istituzioni democratiche, Comunismo e derivati. Ma al di là che si aderisca o meno ai presupposti su cui si basa il messaggio degli Ain Soph (io per esempio no, e, in quanto fervente sostenitore delle dottrine infere della Materia, della codardia e della diserzione, del compromesso, dell'uomo massa e dell'egalitarismo e della negazione dei valori, mi traggo ben volentieri al di fuori di questo manifesto d'intenti!), a prescindere da tutto questo, "Aurora" si rivela un'appassionata riflessione sulla caduta degli Ideali e della Tradizione, un'opera che s'incunea con tempestività in un momento storico in cui il presente si fa confuso, il futuro incerto, il passato soggetto a nuove interpretazioni.
Dirò inoltre che in più di un brano viene espresso il rispetto per la figura del partigiano: aspetto, questo, che va a confermare l'ipotesi che negli intenti degli Ain Soph vi sia stata in realtà la volontà di celebrare un valore universale ed astratto di lotta, integrità, coerenza con le proprie idee ed avversione ad ogni sorta di corruzione, opportunismo, compromesso.
La marcetta fascista che apre l'album (come l'inno sovietico che aprirà "Ottobre") è quindi da vedere come semplice escamotage contestualizzante. Ma è solo una manciata di secondi, perché subito irrompe il piano di "Tutti a casa!", vispo brano di apertura di cui riporto il testo per intero:
"Tutti a casa! Tutti a casa! Caporale, mi strappi le mostrine
Presto arriveranno le donnine, e gli yankee con il loro jazz
Che fessi quei fascisti e partigiani, che hanno ancora voglia di morire
Arrivano gli amici americani, per due o tre anni ho voglia di dormire.
C'è una nazione da ricostruire, a cominciare dalla borsa nera
Poi due bombe messe sopra ai treni, se servirà a fare carriera
Frequentiamo vescovi e casini, in montagna ci andremo per sciare
I partigiano e le camicie nere si divertano sparare
Noi dobbiamo creare ministeri e far la guerra dai giornali
Questi estremisti li elimineremo, secondo gli interessi nazionali
Tutti a casa! Tutti a casa! Svuotate le galere
Che serviranno fra non molto ai nemici del potere
Benvenuti nell'Italia Democristiana"
Il tutto condito dalla verve e dal brio di un cantautorato in stile Paolo Conte/Enzo Jannacci: un bel salto, se si pensa ai trascorsi esoterici della band!
Un cambiamento che poco ha a che fare con la sterzata folk dei padri Current 93, ma che tuttavia riscuoterà un discreto successo fra i fan della band abituati a ben altre sonorità.
Per gli altri è invece doveroso chiarire che il livello tecnico è prossimo allo zero, le composizioni puerili, le voci sgraziate, le stecche innumerevoli. Un sound semplice e scarno, quello degli Ain Soph di "Aurora", un sound di chitarre acustiche, pianoforte e poco altro: un organetto, una fisarmonica paesana, qualche screzio elettrico e sporadici inserti rumoristici chiamati ad evocare, molto timidamente, il passato industriale della band.
Ad un primo ascolto l'impressione sarà quella di trovarsi innanzi a dei veri cialtroni della musica. Eppure, l'ironia di certi testi, l'arguzia di certe trovate, la sociologia schietta di certi passaggi ci consegnano un mondo semplice, naif, ma genuino, sincero, appassionato.
Come non citare le sconclusionate "Pistolet Automatique" e "Uomini Perduti", o la strampalata "Gli Amanti Tristi", a mio parere il vero capolavoro dell'album (irresistibile il ritornello che recita: "Ah, questi amori come film già visti, non mi eccita neanche un bel finale. Ah, questi amori un poco neorealisti, la regia mi sembra dozzinale"): pezzi suonati con i piedi, cantati da ubriaconi persi nei vicoli, pezzi capaci di trasudare, tuttavia, una rozzezza da borgata, un disincanto da veri ultimi, una disperazione da vero sottoproletariato che molti altri "cantori del popolo" neanche si sognano.
Da citare, inoltre, gli struggenti brani cantati in francese ("Ramayana", "Liberté ou Mort", "Vent") che spruzzano di freschi umori d'Oltralpe i toni fumosi e cabarettistici dell'album.
Non mancano anche episodi che ospitano la lingua inglese ("White Guard") e quella spagnola ("Le Départ", da un testo di Borges): episodi che concorrono a dare colore ad un'opera che nonostante le mille imperfezioni e sbavature costituisce tutt'oggi un classico dell'underground tricolore, l'opera più coraggiosa di una band paradossalmente poco nota qui in Italia, ma che ci è invidiata da più parti al di là dei confini nazionali.