AVANGUARDIA MUSICALE DAL 1984
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MALATO "Avant Pop Muzak" mcr66 - Ed.Lim. 180 copie disponibile dal 7 aprile 2007
Intervista tratta dalla Web-Zine www.neo-folk.it

Domanda di rito: tracciamo una breve bio, dove, quando e per quale fine (se ce n'è uno) nasce PCC?
Puoi esplicare in breve il concetto di "post-contemporaneità" implicito nel nome del progetto?
La genesi del gruppo musicale inizia con l'incontro con Dario Parisini e Luca Oleastri, che fan parte del nucleo originale. Precedentemente avevo partecipato a dei reading di poesia, il primo fu quello al teatro lirico di Milano, in occasione della morte del fondatore di Alfabeta. Da qualche anno facevo dei reading accompagnato da delle basi e una valletta oppure da un chitarrista ed eran delle performance a metà strada tra teatro e musica. Era un chitarrista di Padova. Preparai uno spettacolo (che rappresentai a Segrate) oltre che a Bologna e da qualche altra parte. Quindi c'era già in embrione questa cosa, prima dell'incontro con Parisini. Andai a vedere l'ultimo concerto dei Disciplinatha al TPO di Via Irnerio e fui messo in contatto con loro da un altro gruppo. Inizialmente le basi erano fatte da Natale Nitti, dei Central Unit sulle quali io recitavo i miei testi e un chitarrista.
Oleastri aveva questo strumento che all'epoca era pionieristico, il groovebox (stiam parlando di una decina di anni fa). Avendo la mania dei gadget elettronici l'aveva comprato subito.
Abbiamo fatto un esperimento groovebox, chitarra e voce, sembrava interessante quindi abbiamo iniziato a fare le prime date - la primissima a Bologna al Baraccano. Successivamente son stati prodotti vari demo, il più interessante anche a livello di copertina, di immagini, Onnagata. Ne abbiamo fatti quattro. Di cui uno live in 12 copie, una rarità assoluta "non seppellitemi sono ancora vivo". Nell'ultima fase c'è stato un cambio di formazione, aggiungendosi Passuti come arrangiatore e compositore e anche il Pavone che si alterna con Parisini, che adesso fa anche il DJ. Nel disco c'è inoltre la collaborazione breve ma intensa con Alessio B.
Per quanto riguarda il concetto di postcontemporaneo, su questo ho scritto 3 libri di aforismi che vogliono essere un po' una filosofia pop contemporanea, che voglion spiegare cos'è il post contemporaneo, nonché il testo incluso nel cd Onnagata (e consultabile dal sito) che per me è molto importante la poetica dell'onnagata che io ho trattato e continuo a trattare perché concentra in sé tutte le questioni del doppio, dell'ambiguità, che poi sono quelle che mi interessano di più. Un punto di partenza per parlare di questo potrebbe essere la distruzione dell'identità che si vuole operare oggi a livello teorico, ma anche pratico, alla quale io sono molto contrario. Io credo che l'identità non sia da distruggere. Credo che l'identità sia da moltiplicare. Il problema è che questo può farlo qualche persona. Cioè coltivare in sé diverse identità, una voluta, meditata ambiguità della propria vita. Se dovessi dire, ci sono tanti concetti esposti in questi libri, di cui alcuni non mi ricordo nemmeno più quali sono e li ripeto spesso negli spettacoli teatrali. Però, se dovessi dire una cosa… essere post.contemporanei vuol dire annullare la distinzione arte/vita, cosa che oggi in teoria tutti dicono di fare, almeno gli artisti più avvertiti, giocano molto su questo discorso, in parte confessionale, in parte di sigillare, di legare arte e vita indissolubilmente, pochi ci riescono. Secondo me si tratta proprio di fare una riflessione sul proprio quotidiano nel tentativo di, non solo stilizzarlo, ma anche migliorarlo. Vivere delle vite molteplici, cosa che diventa già difficile se uno deve andare otto ore in un ufficio. Il postcontemporaneo automaticamente elimina quelli che fanno queste cose qua. No, non è che automaticamente li elimina, però diciamo uno che va otto ore in un ufficio diventa quasi un post-contemporaneo minore perché non ha la possibilità di operare radicalmente sul proprio quotidiano in una direzione di (diciamo così) autenticità. Questo cosa vuol dire? Vuol dire anche abolire il mondo della rappresentazione. Come diceva Carmelo Bene, "il mondo si rappresenta già da solo". Perché stare a rappresentarlo? Perché mettere in piedi questa ipocrita messa in scena che ancora si fa nei teatri, negli spettacoli. A volte può essere una messa in scena bella e piacevole, però diciamo, se vogliamo andar oltre il discorso di Pirandello, se vogliamo proseguire sulle orme di Pirandello (e anche di Heidegger) e andare avanti, inevitabilmente ci ritroviamo a dover lavorare sul quotidiano. Sull'inautenticità delle nostre vite quotidiane, sull'oblio che provoca in tutti noi il nostro vivere quotidiano, il nostro vivere condizionato dagli altri. Alla fine, i più grandi pensatori del '900, e anche di fine '800, hanno sempre insistito su questo punto: come l'artista può eliminare il condizionamento degli altri? Tutto lì. La faccenda degli ultimi 150 anni della storia dell'arte è tutta lì. Quindi, anche per esempio, leggendo Heidegger e guardando Duchamp, noi possiamo capire che Duchamp ha semplicemente eseguito quello che Heidegger aveva messo in un pensiero filosofico. Cioè, prendere un oggetto del quotidiano, ribaltarlo, ribaltarne la logica (come la famosa ruota di bicicletta: messa su un piedistallo, che logica ha? Non serve più per far la bicicletta. Però messa lì sul piedistallo ti fa sentire tutta l'angoscia del quotidiano, degli oggetti d'uso che tu usi senza pensare e quindi dei condizionamenti che tu subisci senza averne coscienza e quindi Duchamp ti mette davanti, ti materializza la filosofia di Heidegger, ma anche di Rimbaud, della poesia di Rimbaud, di Wilde, di tutto il fine '800 dove si riflette molto su questa questione dell'arte/vita che passa per Pirandello, arriva fino a oggi, arriva fino ai performer più estremi che si scarnificano in pubblico tipo Stelarc, Franko B. Quindi questo voler andare all'estremo nella ricerca dell'autenticità, in parte prevede anche un aspetto ludico e una costruzione stilistica, che è molto importante: perché poi stiamo cercando di vedere delle cose belle quando vediamo dell'arte o qualcuno che si esibisce. Però il punto fondamentale è quello lì. Allora, questo è un po' il problema di andare a fondo su questa questione stando attenti a non fare delle operazioni confessionali, ma senza stile, senza criterio. Volendo sintetizzare, vuol essere una ricerca nell'ambito del sigillo arte/vita, della contrapposizione autenticità/quotidiano alla quale si vuole giungere con strumenti che vanno dalla moltiplicazione delle identità, un approfondimento della tematica dell'ambiguità e del doppio, dal cercare di pensare simultaneamente ciò che fino ad oggi si è pensato contraddittoriamente, ossia non aver paura di unire nelle cose che si esibiscono e anche nella propria vita quotidiana delle cose che possono essere contrastanti. Una delle finalità dell'arte, a mio avviso, è quella di mettere in comunicazione delle culture che non si piacciono. E vedere cosa succede, vederne il risultato. Questa è una delle funzioni storiche dell'arte assieme a quella di interrogare l'autorità. Questa è la funzione storicissima dell'arte, da quando esiste. Il primo greco che disse una poesia in un teatro, sicuramente uno dei suoi fini era interrogare l'autorità. E questa è una cosa che prosegue fino ad oggi. Cioè interrogare l'autorità, poi di solito l'autorità se ne frega, non è che risponde. Oppure può rispondere se aggredita violentemente. Per quello, questo estremismo che c'è nell'arte contemporanea, viene da una disperazione di chi cerca in qualche modo di farsi rispondere dall'autorità. In questo sta il significato di Salò di Pasolini. Cioè lui aveva avuto successo con dei film coi quali non pensava di poter aver successo, la Trilogia della Vita. Questo lo aveva un po' disturbato e gli sembrava che il sistema digerisse tutto, quindi lui sente il bisogno di fare qualcosa che non era possibile digerire. E quindi lì l'autorità ha risposto, perché il film l'han censurato. Poi c'è stato del casino nei cinema, io mi ricordo. Questo andare sempre all'estremo è una ricerca della risposta dell'autorità, che poi di solito risponde in maniera deficiente, con la censura. Non è che risponde a tono.
Ma per autorità non si intende il giudice, ma il quotidianismo, l'autorità invisibile, l'autorità che siamo tutti noi, tutti i giorni mentre viviamo la nostra vita di conforme alle aspettative degli altri.
PCC è una realtà artistica che definire eclettica è riduttivo. Il marchio del gruppo è evidente già nelle scelte stilistiche: non un recinto chiuso e definito, ma un libero spaziare (con cognizione di causa) tra rock, electro music e industrial, il tutto condito da una particolare predisposizione all'iconoclastia e all'ironia. L'incontro con esponenti della migliore scena "alternativa" italiana, quali Dario Parisini (Disciplinatha/Massimo Volume) e Giulio Sangirardi (Votiva Lux) per fare solo alcuni nomi, quanto ha inciso in sede di "definizione" del sound di PCC?
L'intenzione di armonizzare i contrasti è la cosa che mi interessa di più. Quando abbiamo unito queste basi soprattutto del groovebox, che sono basi che come ha detto giustamente un critico tedesco "potreste trovare nello studio di fitness più vicino a casa vostra" e mi piace molto questa definizione, per me è fantastica. E' quello il punto! Unire queste melodie electro abbastanza ballabili, orecchiabili, con un post punk a volte violentissimo e dei testi nate come poesie, altre volte il tentativo di musicare delle cose che non erano musicabili tipo i motti della Falange. Però con delle sferzate sotterranee d'ironia che solo chi sa lo spagnolo può comprendere. Tipo "Seguiremo contigo hasta el quinto cono" e anche questo linguaggio inventato in parte da me, in parte è tailandese, in parte indonesiano, in parte giapponese, che c'è in Onnagata. Anche in quel brano, ci sono motti dei Kamikaze mischiati a un tailandese, un giapponese privati di senso. Come diceva anche Petrolini in un suo famoso pezzo, "ho musicato anche l'orario delle ferrovie".
Musicare l'orario delle ferrovie rimane la nostra più grande ambizione.
Parisini veniva da esperienze con Ferretti, Massimo Volume, gruppi dove grossomodo non si canta, ma si recita. Lo stesso vale per Passuti. Sangirardi proviene da un gruppo strumentale e quindi non ci sono stati problemi sul fatto che non si cantasse.
Io sono un cultore del chitarrismo più tagliente, in particolare quello storico di Lou Reed e Johnny Marr e quindi ho sempre apprezzato in queste due persone due chitarristi sublimi.

"Gerarchia Ordine Disciplina" è un titolo indubbiamente "forte", che sembra richiamare in qualche modo l'ambiguità dei già citati Disciplinatha ("Abbiamo pazientato 40 anni… ora basta!"). Cosa vuole comunicare PCC con queste tre parole (e col loro acronimo, non credo casuale) che racchiudono tutto ciò che la contemporaneità non è e non vorrà mai essere?
Il titolo viene da due ordini di motivazioni: il primo è molto apoditticamente il fatto che io sono sempre stato attirato da un punto di vista estetico, non tanto quanto praticante, da tutto l'immaginario bondage e quindi fin dai tempi in cui ho ascoltato Venus in furs dei Velvet Underground, dopodiché sono andato a leggere anche il libro di Sacher Masoch. Ma il mio interesse verso il bondage non è come quello di Lou Reed, che io so per certo, perché l'ho letto, scritto da lui che andava nei club proprio per praticare. Io non sono mai stato un praticante, però mi interessa molto l'estetica bondage e soprattutto fetish. Io sono uno che al feticismo ci tiene tanto. Su questo non ci sono discussioni.
E' evidente che noi con questo titolo non ci riferiamo a delle gerarchie istituzionali e tanto meno vaticane. Perché, in Italia, la prima cosa che viene in mente con la parola gerarchia, è il Vaticano, la gerarchia vaticana.
Che poi l'origine nella modernità della gerarchia è proprio lì, perché, come ha spiegato giustamente Orwell, le organizzazioni politiche moderne, hanno preso spunto e ispirazione dall'organizzazione vaticana. Se voi guardate qualsiasi partito o sindacato è organizzato come il Vaticano: c'è un papa, i cardinali, i vescovi, i parroci e i fedeli. E' tutto organizzato sul modello del vaticano il mondo politico moderno, dappertutto e in tutto il mondo. Poi in alcuni posti (l'Unione Sovietica) di più, ma è organizzato così ovunque. Anche la CGIL è organizzata così, come il Vaticano, non è diversa. Quindi, è ovvio che non c'è un riferimento o un voler esaltare quel tipo di gerarchie istituzionali già esistenti, ma al contrario, proprio la gerarchia, l'ordine e la disciplina date dal talento, da qualcosa di vissuto, e chi ha esperienza della vita sa benissimo che le gerarchie della contemporaneità non hanno nulla a che fare con questo.
In un'ottica post-contemporanea gerarchia-ordine-disciplina sono esattamente il contrario di quelle che sono oggi.
Non è certamente Mastella, il ministro della Giustizia, che detiene una delle più alte cariche dello Stato ma è un cretino, conclamato. Io faccio fatica a trovare una qualsiasi persona che non dica "quello lì è un cretino". Tutti dicono che è un cretino, tutti. Però fa il ministro della giustizia, com'è? C'è qualcosa che non va. La gerarchia, in un'ottica postcontemporanea è all'opposto e se vogliamo è la gerarchia del talento e del coraggio. Il Coraggio, la forza (non intesa come forza bruta, ma come vitalità) - questi sono i cosiddetti valori che uno chiede "quali sono i tuoi valori"? I miei sono coraggio, forza e talento. La gerarchia-ordine-disciplina che derivano da coraggio, forza e talento.
Il concetto di libertà che è che stato espresso dal '68 fino a venire a oggi, è stato volgarizzato e propagandato in maniera sbagliata e questo ha provocato dei grandissimi danni. La libertà non è mai qualcosa di dissociabile dalla disciplina. Colui che pratica uno stile di vita libero o anche un modo di pensare libero, ma non applica a questa pratica la disciplina e l'ordine, non solo non arriverà da nessuna parte, ma rischia anche di creare dei danni enormi a sé stesso e agli altri.
La libertà deve essere quasi una forma di militarismo. Io quando parlo di militarismo, anche le pratiche di libertà più estreme - per esempio Timothy Leary - che ha sperimentato molto con le droghe come anche Burroughs, questa gente è riuscita ad arrivare agli 80 anni perché sperimentava le droghe e la psichedelia, ma seriamente. Cioè con una disciplina. Ma il 98% delle persone che fanno gli "psiconauti" alla fine si rovinano, perché partono col concetto di volersi divertire, avere un po' di visioni, poi finiscono per diventare dei tossici.
Il concetto di libertà è assolutamente legata a gerarchia-ordine-disciplina, perché gerarchia significa riconoscere chi sta sopra di te. Se puoi riconoscere chi sono i maestri, i tuoi maestri, quelli più consoni alla tua indole - non i maestri purchèssia - per questo è importantissimo.
La misarchia (che è il contrario di gerarchia) come disse giustamente Nietzsche, non si dà. Quando vedo delle persone che dicono "io questo disco a causa del titolo non lo voglio neanche sentire nominare". Io quella gente lì, sono contento che non lo ascoltino perché sono degli idioti, con la patente da idioti. Perché la misarchia, nella vita non si dà. Uno che nega la gerarchia, è in partenza un cretino. Intendo dire che nel mondo la misarchia non c'è.
Tanto è vero che, il paradosso della storia, nei posti dove hanno cercato di abolire scientificamente la gerarchia, vedi Pol Pot, per dire uno a caso, sono posti dove invece la gerarchia era più rigida.
Parliamo delle vostre performances dal vivo. Non ho purtroppo ancora avuto modo di assistervi ma da quel che mi è dato comprendere non vi è estranea una potente vena istrionica: è più corretto parlare di teatro anziché di concerti, e se sì, il teatro ha ancora forza comunicativa in un mondo generalmente rivolto alla "propaganda" di massa e ben disposto nei confronti di una più o meno passiva acquisizione nozionistico-informativa piuttosto che alla comunicazione intesa in senso stretto come "trasmissione" anche emozionale?
Nell'epoca della riproducibilità tecnica, tutto filmabile, fotografabile ecc. quello che in teoria dovrebbe succedere, è che la performance dal vivo di qualsiasi tipo, assuma una valenza straordinaria, importantissima. Si viene a creare una situazione per cui, la tv funziona 24 ore al giorno, ci sono 200 canali, su dvd si trova oramai tutto, anche delle cose del 1912. Questa situazione di riproducibilità totale, dovrebbe portare per reazione al fatto che la rappresentazione dal vivo sia più importante che trent'anni fa. Sia per il teatro che la danza, la musica, ma anche la conferenza, la messa, la partita di calcio, tutto. Questo non sta succedendo, vista la condizione terrificante, in cui versa il teatro, la danza. La musica, stranamente, i concerti dal vivo bene o male continuano a funzionare. Per me, il discorso del teatro è una cosa che è venuta fuori qualche anno fa e a cui non ero neanche preparato, nel senso che io non ho mai fatto nessun corso di attore, però nel tempo son arrivato a fare degli spettacoli teatrali, che adesso chiamo comizi a pagamento. Però spesso sono dei pretesti per parlare delle mie poesie, dei miei testi, alcuni sono nel disco, delle mie opere, quadri, foto e sculture, e sulle quali imbastisco un monologo, alcune se a volte ho utilizzato anche delle attrici.
Ma di solito faccio un monologo partendo dalla letteratura e dalle arti visive, tanto è vero che ho fatto uno spettacolo teatrale dove impersonavo un critico teatrale tronfio che parlava di queste mie opere, quindi era tutto un po' autoreferenziale. Il teatro per me è una cosa un po' artificiosa, anche se a volte divertente. Ma è un'attività che per me viene dopo quella dell'arte, delle performance, della letteratura e della musica. In fondo è l'ultimo dei miei interessi e se devo dire la verità non mi piace neanche l'ambiente teatrale, che mi fa schifo. Molto accademico, tronfio, anche quello sperimentale.
Per adesso continuo a farlo, per quel che posso fare, ma mi interesserebbe di più inserire nei concerti qualche piccolo monologo, mi piacerebbe fare dei concerti teatralizzati. Ma in questa situazione di etichetta underground non è così facile trovare delle date ben remunerate. Stiamo lavorando per trovare altre date, oltre a quella di Firenze il 15 marzo, ma siamo anche al lavoro per la registrazione del secondo disco.
Dal punto di vista concettuale PCC sembra porsi come una sfida a quella che Debord chiamava la "società dello spettacolo". In un certo senso è inusuale constatare che in un panorama artistico sempre più teso a un concetto distorto di "estetica", intesa nei medesimi termini di una pennellata di stucco su un muro crepato, qualcuno si faccia portavoce dell'esistenza e delle esigenze del "contenuto".
Quanto è ironia e quanto "elaborazione programmatica" nei tuoi testi: cosa proponi a chi ti ascolta e cosa ti proponi quando scrivi?
C'è una volontà nelle cose che faccio dal vivo, che a volte riescono meglio o peggio.
Tra i nostri principi che io elencavo in questo libro di aforismi dieci anni fa c'è questo "Abolire la nozione di tempo libero". Questo è valido solo per coloro che si devono distrarre da qualcosa che li infastidisce. Il tempo è un continuum indivisibile, da dispensare con accuratezza. Questo l'ho scritto dieci anni fa, non avevo ancora letto Heidegger, ma è esattamente quello che dice, per quanto riguarda il quotidianismo. La divisione del tempo nella modernità, c'è una scansione precisa: il tempo libero, le ferie. Già lì c'è tutto un processo di oblio che viene attivato e che viene continuamente rinfocolato con la profusione dell'intrattenimento. Oggi è stato portato al suo estremo limite ed è l'abolizione di qualsiasi metafisica. Io vado ancora più in là, sempre con Heidegger, che mi ha colpito al cuore su questa questione, nella poesia in senso lato (il testo di una canzone, un quadro), lo scarto poetico come lo intendiamo oggi, viene dato dal ribaltamento della logica. Ritorniamo al discorso della bicicletta di Duchamp. Il ribaltamento della logica è lo scarto poetico, quello che fa la poesia, che va oltre la metafisica. La metafisica è quella che ti spiega che il quotidiano è questo schifo di cosa che ci siamo costruiti per influenzarci l'un l'altro e che ci impedisce di pensare e che quotidianamente ci infarcisce la mente di cose già date e già sapute, perché danno sicurezza. Le cose nuove mettono paura. La società dello spettacolo lavora sempre con delle innovazioni lente e controllate, liofilizza le innovazioni, le rende digeribili a tutti come un contenitore che macina tutto. Questo è il punto dell'arte contemporanea, non è mica facile. ci proviamo. Le persone che oggi fanno arte che a me piacciono sono quelle che un po' sono riuscite ad andare oltre, più in là. Per esempio Tracy Emin, è riconosciuta da tutti come una persona che è andata più in là in questo discorso. Mi riferisco alle sue opere "Il letto sfatto" e "La capanna dell'amore", tra le cose migliori della New British Art.
La possiamo prendere come artista riconosciuta che è andata più in là su questo discorso. E' una lotta continua tra questa società dello spettacolo che oggi noi la chiamiamo così, Heidegger la chiamava quotidianismo, e quelli che cercano un varco verso l'autenticità.
Uno dei versi più belli di Martinetti che c'è nella sua ultima poesia dice "io non ho nulla da insegnarvi, mondo come sono di ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio". E' il tentativo di creare un varco nella società dello spettacolo, verso l'autenticità. Questo è il problema che c'è da quando esistono le macchine, quindi gli orari, le scadenze.

Come si concilia la critica alla società dello spettacolo con l'idea che "il palcoscenico è la mano sinistra di Dio"?
Chi si pone nella prospettiva che ho testè spiegato, evidentemente crede di essere dalla parte del sacro.
L'uso dell'ironia ed una certa vena istrionica nel criticare l'universo valoriale nel quale ci troviamo immersi per nascita o per cultura non è alieno ad altre storiche realtà del panorama musicale "di nicchia": penso ad esempio ai Laibach, i quali tuttavia volendo criticare "il sistema" con le sue stesse armi sono a mio avviso finiti (paradossalmente) con l'essere fagocitati dalle logiche del mercato, l'entità fantasmagorica per eccellenza, e un album come "Volk" che in pieno stupro mondialista prende ad oggetto un tema "nostalgico" come quello delle patrie e delle nazioni sta a dimostrarlo.
Forse sintesi nuove sono necessarie: se il "nemico" è un mondo sempre più sfuggente come quello attuale (un mondo dalle mille sfumature di significato, fondato sulla contraddizione interna e volutamente nebuloso, la cui ipostasi perfetta è il mercato), quale strategia deve adottare l'arte per comunicare idee e come individuare con esattezza, dati questi presupposti, l'oggetto della critica?
Sui Laibach non mi pronuncio, nel senso che non sono un fan, anche se alcuni pezzi mi piacciono molto, ma in linea di massima non mi piace la voce, non sono mai stato catturato da questa estetica loro. Di quel genere mi piacciono molto di più i Rammstein, li trovo molto più affascinanti e accattivanti.
Il mio nemico principale è Zekkini. Su questo, non ci sono dubbi. Il nemico principale, la lotta, la guerra principale è sempre quella contro se stessi. La grande guerra è la lotta contro se stessi. Zekkini è uno che va continuamente stimolato e migliorato. Il nemico di cui tu parli è quello di cui parlavo prima, onnipervasivo ed è il quotidianismo ed è qualcosa su cui ci si misura giornalmente.
In "Mondo Fluttuante" affronti con incisività il tema delle modificazioni artificiali del corpo e della violenza del concetto di "estetica" dominante. Manipolare ciò che è naturale è sempre e in ogni caso blasfemo?
Andando oltre l'estetica, che opinione hai della manipolazione genetica e delle nuove frontiere delle neuroscienze che mirano a concretizzare un'ipotesi ormai non più tanto fantascientifica, quale quella dell'integrazione uomo-computer sul piano "biologico" in senso lato (la macchina come "appendice" del corpo, ciò che Stelarc evoca da decenni) e, più nello specifico, su quello neurale?
Per quanto riguarda "Mondo fluttuante", il mio testo riguardava le manipolazioni estetiche, la chirurgia plastica, la liposuzione. Ecco, sono tutti rimedi che non è che io consideri blasfemi, ma controproducenti per chi li pratica, nel senso che prima o poi come il botox, quello che ci si inietta negli zigomi, può avere un effetto positivo per qualche anno dopodiché c'è un effetto boomerang. Tutte queste pratiche reggono per un periodo limitato di tempo. Infatti se vai a vedere i transessuali di solito quando cominciano a passare i 50 anni tutte le modificazioni che si sono fatte quando ne avevano 25 o 30 poi vanno tutte a puttane. Il corpo si ribella, prima o poi a queste cose. Poi, secondo me, per mantenere quella che adesso si chiama la lotta contro l'invecchiamento, essere attivi contro l'invecchiamento, a mio avviso le pratiche più efficaci non sono queste, che io nel testo derido, bensì quelle più naturali come accoppiarsi con donne più giovani oppure bere lo sperma di uomini più giovani. Quindi sicuramente questi sono più efficaci, ma questo è dimostrato.
Per quanto riguarda invece i discorsi del cyborg, credo che l'unica cosa veramente interessante e praticabile sia la clonazione da un lato e l'ingegneria genetica dall'altro. L'eugenetica del futuro è quella. Tutto parte dal nazismo, i nazisti sono stati i primi a portare sulla scena pubblica il tema dell'eugenetica, anche prima ma loro l'hanno codificato, gli hanno dato una spinta e un colore politico. Ci fu l'equivoco pazzesco del razzismo che è stato grossolano, perché noi nel tempo abbiamo visto e sappiamo benissimo che non è che la razza si migliora continuando ad accoppiarsi tra individui puri della stessa razza, bensì il contrario: sono gli incroci che la migliorano. Lì c'è stato l'equivoco che è stato quello fondamentale e grossolano del nazismo. D'altronde Himmler era una persona grossolana, non è ci si potesse aspettare da lui chissà cosa. Diciamo che la discussione del futuro, più che sul discorso dei cyborg, che è un po' impraticabile, sulla modificazione del DNA per creare dei super individui che poi creerà una serie di questioni di cui non verremo mai a capo, perché i governi potrebbero usare questa tecnica per fare dei super soldati o dei super scienziati, o dei super imbecilli. Diciamo che come tutte le innovazioni tecnologiche, hanno il loro pro e il loro contro e quindi si tratta sempre di soppesarli, però non so se nel futuro più o meno prossimo sarà questo che avrà la valenza preponderante oppure il fatto della terribile perdita di senso di tutte le cose. E' una domanda che lascio un po' in sospeso.

Uno dei brani più interessanti e controversi di "G.O.D." è la riproposizione del "Manifesto di Fondazione del Futurismo" in chiave remixata : quale il valore di questo documento rivoluzionario alle soglie del 2007 ev., cosa può insegnarci oggi un movimento artistico caratterizzato da una visione del mondo tanto radicale?
Come ho potuto ribadire in altre interviste, in un certo senso il nostro disco è un album concept: non a caso inizia col brano del manifesto del futurismo e termina con Corporate America Wake Up and Dance! Perché a 98 anni di distanza certamente ha una carica ribellistica, di vitalismo che rimane intatta e un'aggressività che si presta molto bene ad essere musicata, però ha anche in sé quell'esaltazione ingenua della modernità, che poi nel suo sviluppo ha portato a quelle mostruosità quotidiane che io cerco di fare venire in superficie con l'ultimo brano, che è una specie di mantra di ululati di dolore e di urla marziali. Quindi il disco e finisce in un certo modo, quindi con il ribaltamento di quello che c'è, con l'entusiamo dell'inizio e la disperazione della fine. Che è poi quello che è avvenuto , che c'è oggi.
La validità del manifesto risiede nel suo attacco al quotidianismo, contro il condizionamento degli altri. Quello che Oscar Wilde chiamava "Vivere per gli altri, questo è l'orrore". Gli interessi marinettiani della modernità non sono quelli che poi come sappiamo han generato dei mostri, ma gli interessa lavorare su un paradosso continuo, volendo inserire questa lotta d'avanguardia contro le idee date, contro i condizionamenti sociali non ponendosi con un'attitudine frontale contro l'autorità, ma standoci dentro, che è un po' il lavoro che ho tentato io di fare senza successo. Nel senso che io non ho le capacità diplomatiche che aveva lui e poi oggi è tutta un'altra epoca, quindi è difficile.
Non ha senso quello che cercan di fare l'estrema sinistra e i centri sociali, di porsi contro l 'autorità frontalmente, anzi gli fai un piacere. Marinetti ha fatto il lavoro opposto, per questo è stato criticato per tutta la vita in tutto il mondo. Lui fu espulso dal Pen Club che riuniva gli scrittori di fama mondiale per il suo appoggio incondizionato alle guerre: la prima guerra, le guerre coloniali italiane. Ma lui voleva lavorare dall'interno, che è quello che conta, anche se poi non c'è riuscito perché all'interno del fascismo aveva una posizione marginale, per lo meno quando è stato riammesso, perché per quattro anni ne fu fuori. Al suo ritorno, gli diedero due cariche importantissime: presidente del sindacato scrittori e accademico d'Italia. Poi è stata garantita la partecipazione dei futuristi alle Biennali e Quadriennali, però era come un minimo garantito, che non ha avuto impatti sul regime. Quello che è ammirevole, è questa sua volontà estrema, fino alla fine, della lotta al quotidianismo dall'interno. Avendo delle funzioni di potere vero. La sua è una lotta che è esemplare e disperata.
Guillaume Faye nel suo pamphlet "Archeofuturismo" riteneva fosse giunta l'ora di "riconciliare Marinetti ed Evola", l'esaltazione dello slancio vitale, dello schiaffo e del pugno e un universo a detta di alcuni definitivamente morto e sepolto. E' possibile un'operazione culturale di questo tipo, se non altro tenendo conto di quelle che sono le contraddizioni "genetiche" del Futurismo, a cominciare dal suo farsi veicolo di idee meravigliosamente anacronistiche (penso al patriottismo ed all'interventismo incondizionato che caratterizzò il movimento alle soglie della Grande Guerra) ?
Non mi sembra che il patriottismo sia qualcosa di anacronistico, perché vedo che appena c'è bisogno, qualunque politico lo usa e anche con successo. Nelle situazioni di emergenza funziona sempre. Anacronistico non credo.
Già negli anni Trenta ci fu un dibattito tra i futuristi che si chiedevano Cosa potesse porre dei limiti alla libertà, al liberismo economico, che si risolve nella logica dell'accumulo e basta. Non c'è scampo, l'unica cosa che può tenere unita una comunità, che sia una comunità di un villaggio, nazionale o europea è quella lì. Cos'altro c'è? Che poi funzioni di emergenza più che altro. Anche Stalin, nonostante il comunismo non faccia nessun riferimento patriottico, fece appello al patriottismo durante la guerra con successo. Fu quello a portare alla vittoria Stalin, non il comunismo. Il patriottismo viene tirato fuori da tutti i politici di qualsiasi colore. Il motivo è perché non c'è nient'altro che lo possa sostituire, cos'è il collante di una comunità? O società? Ma cos'è che si ricerca? Chiamala partecipazione democratica, come viene chiamata da De Benoist, da Barcellona da tutti i politologi - la partecipazione. Ma questa c'è se c'è un sentire patriottico dietro. Oggi non c'è perché non c'è nessun sentimento patriottico dietro e quindi non c'è partecipazione democratica.
La partecipazione può esserci anche in paesi dove la democrazia non c'è. Io ho visto dei paesi non democratici dove comunque si discute di tutto. In ambito comunitario si prendono delle decisioni dopo averle discusse. Però quello che spinge a questo è sempre un voler bene alla propria comunità. Non c'è altro. Che poi sia difficile conciliare questo con la gratificazione e la realizzazione individuale è ovvio. Però la funzione dello stare insieme dovrebbe essere proprio questa: conciliare la realizzazione individuale con la partecipazione comunitaria alla vita. Cosa che oggi non avviene per nessuna delle due cose.
Tra gli autori nel mondo noti, chi ha fatto una sintesi valida assolutamente attuale delle varie culture che sono in campo è Camille Paglia, che ha fatto un grande lavoro di sintesi e con cui concordo per il 90% di quello che dice. Una signora che io amo molto, soprattutto quando fa il critico letterario, la storica della cultura e della mentalità. Lei ne fa una sintesi a cui aderisco in moltissima parte.
Evola è un autore che io non ho mai amato molto. Per certe cose è illuminante, però per me è sempre più il danno che fa che il positivo. Ha avuto un effetto deleterio su buona parte della cultura, anche se ha scritto cose importantissime. Deleterio perché ha portato la gente a guardare indietro e mai andare avanti e in questo è il contrario di Marinetti. Ha portato molta gente, che conosco di 50-60 anni, all'impossibilità di accettare il presente così com'è. Io sono uno che pensa che sia più interessante quello che c'è in testa che quello che c'è nella realtà. Però la realtà la devo accettare così com'è. Purtroppo i fans di Evola è gente che ha un atteggiamento continuamente recriminatorio verso il presente. Questo , se si vuole godere del mondo e della vita, non va bene.
Cosa avrebbe pensato Marinetti, che pure si scagliò "contro ogni viltà opportunistica o utilitaria", del fatto che proprio lo sfruttamento della tecnica da lui esaltata sarebbe stato alla base di un mondo di mercanti?
Non è possibile fare un paragone di questo tipo perché dall'inizio del '900 fino alla sua morte nel '44, ci troviamo ancora in una fase pionieristica dell'aereo, della macchina. Tutto ciò conservava un alone di pionierismo e di eroismo che noi oggi non ci possiamo immaginare. Il capitano d'industria degli anni '20 è un pioniere. Il discorso del mercante veniva dopo, c'era anche quello. Ma prima veniva quello di uno che voleva aprire una fabbrica di aerei. Non possiamo fare un parallelo con quello che c'è oggi. Comunque Marinetti era in economia ultraliberista, commercio e industria completamente libere. Non era certo uno che simpatizzava per i sindacati. Perché rientrava in una mentalità pionieristica. In un paese ancora agricolo, andare ad aprire una fabbrica era già un'opera di visione, di rischio.
In Internet circola un video di una vostra performance intitolata "Musica per il funerale di Berlusconi": quanto è importante (in un Paese in cui a ben vedere vige, parallelo all'esecutivo, un regime al contrario che vede nella c.d. "satira" una specie di totem inviolabile) una critica intelligente al mondo politico, e che valore ha - se ne ha - la politica al giorno d'oggi, a prescindere dalle ideologie?
Per tornare ai già citati Laibach ti chiedo: "Kunst ist Politik, und Politik ist Kunst" e se sì, come riaffermare in concreto questo concetto, che in fin dei conti si pone come l'idea tradizionale sia della politica che dell'arte?
Sul discorso Politica/arte bisognerebbe fare un lungo discorso sull'autonomia dell'arte, sulla storia di questo concetto. Però sono possibilista sul fatto che l'arte possa oggi essere l'unica forma di fare politica, in quanto oggi la politica quotidiana, politicante, tende sempre più ad essere pura amministrazione. Contenuti ideologici, politici all'interno dell'arte a volte sono impliciti, a volte, più che benvenuti a meno che non diventino uno strumento di propaganda ideologica perché sappiamo già come va a finire. Il problema è che l'arte e certe forme d'arte in particolare come la poesia e la danza sono ai margini della scena pubblica. Perchè il centro della scena è occupato dal grande contenitore della società dello spettacolo, che prevede i realities o i film di Hollywood e l'arte rimane ai margini. Il problema è: come fare tornare l'arte al centro della scena? Per dire all'epoca degli esteti armati - D'annunzio fu capace di mobilitare della gente per andare a fare l'impresa di Fiume. Chi è che si immagina oggi il poeta che mobilita della gente per andare a far qualcosa? Bella grazie se riesce a fargli ascoltare un reading, è già molto. Quindi il problema è procedere al centro della scena.
Il video è nato da un mio sogno: ho sognato la morte di Berlusconi, dove al funerale tutti si affannavano a farlo in fretta per andare poi a discutere dell'eredità e quindi avevo immaginato questo violino straziante e questi ritmi incalzanti che erano lo stato d'animo di quelli che al funerale avevano fretta. Avevano fretta ed era straziante vedere come alla morte di questo pover'uomo a nessuno gliene fregasse un cazzo di lui, quanto dei soldi dell'eredità. Questa era la pena provata da me nel sogno.
Forse andrò controcorrente, ma il brano di "G.O.D." che preferisco è "Profilo Impassibile". È forse corretto inquadrarlo come un dialogo con te stesso, prima con la tua Bestia poi col tuo Angelo, che è un angelo "ubriaco"; mi piacerebbe che spiegassi con le tue stesse parole ciò che hai inteso comunicare in questo testo così "tagliente", senza limiti di spazio, ed in particolare: chi sono i "disertori" e di quante pistole c'è bisogno nelle retrovie della vita vera?
La parte centrale del testo è composta da una serie di allusioni e di rimandi in un contesto psichedelico. Tu mi chiedi di spiegare il testo in maniera metafisica, mentre come ho già detto prima la poesia è uno stadio ulteriore della metafisica, che riguarda la visione e non più la logica. Quindi riguarda un'accavallarsi anche delle identità che ognuno può interpretare come meglio crede. I disertori sono quelli che hanno smesso di ricercare nelle loro vite intime o pubbliche la via dell'autenticità e della guerra contro se stessi e si sono arresi ad una situazione di dittatura della società dello spettacolo, di quotidianismo, di condizionamenti. Il mantenersi su una posizione antagonista a tutto ciò comporta un certo narcisismo e una certa resistenza alla invasività della vagina dentata. Questa tematica della vagina dentata che è come un gorgo che inghiotte ogni individualità è una questione ancora più complessa e che potremmo affrontare in un altro momento.
"C'è troppa luce in questo mondo": quale la soluzione?
Mantenersi in una discreta penombra
(v0jna)