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giovedì, 22 giugno 2006

Recensione tratta da www.kronic.it

Post Contemporary Corporation - Gerarchia Ordine Disciplina

Post Contemporary Corporation

Gerarchia Ordine Disciplina

di Tommaso Ottaviani


Dell`Arte. E di molto altro ancora
Eccolo, alla fine (fine?), il disco outsider dell’anno, su cui ammetto di arrivare leggermente in ritardo (ci scuserà chi di dovere); la nuova meteora, la istantanea perla di nulla che prende forma dal nulla e al nulla torna subito dopo. Quello che, se dovessi seguire il cuore, beccherebbe 5/5 tranquillo, ma capisco che ci sia qualcosa tra chi scrive e chi ascolta, soprattutto a livello di “stima incondizionata” che non permette l’omologazione. Comunque, non pensate di poter resistere, sareste dei poveri di spirito. Non pensate nemmeno di tirare paragoni, qui siamo oltre ogni tipo di musica civile. La protesta zecchiniana è piuttosto quanto più anticivile si possa concepire oggi anno domini 2006 (rimandi futuristi da manifesto omonimo a parte), eppure ci tocca così da vicino e così nel profondo che non possiamo esimerci da amare considerazioni (su di noi come Italiani, su di noi come “occidente” inteso in un certo modo, su di noi come umanità pensante o sedicente tale).

Zecchini non canta, Zecchini declama (evitiamo, ribadisco, ogni paragone, soprattutto il sopravvalutato e estremamente fuori luogo “OfflagaDiscoPax di destra”; per carità, i termini e la visione sono assolutamente inconciliabili), Zecchini (che poi sarebbe meglio Zekkini) vive la sua visione da bolognese estraneo alla cultura della propria città, in un certo senso del proprio Paese e, in un qualche mo(n)do del tutto personale, anche esterno per pacatezza e lucidità d’immagine al Mondo stesso. Manifesti programmatici a schermare e evitare (“Manifesto Di Fondazione Del Futurismo (1999 Remix)”), visioni d’insieme cariche d’ironia e di disprezzo per la società contemporanea, forme di protesta tutto fuorché vacue e sterili, solo terribilmente lucide (“Mondo Fluttuante”), l’italiano accanto allo spagnolo (“Madre de Diòs”), con innesti musicali oltre ogni classificazione (le chitarre di Dario Parisini, i beat di Luca Oleastri, più l’aiuto di Giulio Sangirardi e Roberto Passuti scarnificano, accompagnano, amplificano la narrazione del nostro provocatore non-occasionale, sempre che di “semplice” provocatore si tratti, ma a questo dubbio possiamo solo rispondere con una convinta speranza).

Parrebbe semplice chiudere con un estratto di questo piccolo, grandioso capolavoro, eppure risulterebbe così banale e rarefatto. Questa volta abbandono ogni possibile posizione "scrittore-lettore" e mi metto tra voi e i PCC: non vi consiglio di ascoltarlo, vi chiedo di farlo. Un disco che può e deve fare molta strada prima di vedere riconosciuto il suo reale valore: abbiamo davanti secoli di moralismo benpensante che ci permettono di tenere gli occhi chiusi anche quando sappiamo che dovrebbero rimanere sbarrati, figuriamoci le orecchie. Per dirla in maniera semplice, “Abajo la inteligencia, viva la muerte”

Postato da: atrofact a 15:25 | link | commenti |


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